| |
La Storia Sant'Agata vergine e martire,
patrona di Catania, figlia di nobili catanesi, visse tra il
III e il IV secolo durante la dominazione romana del
proconsole Quinziano e venne martirizzata durante le
persecuzioni di Decio o Diocleziano, il suo nome compare nel
Canone Romano da tempi antichissimi.
Agata nacque a Catania. Alcuni storici fanno risalire la sua
data di nascita al 235, altri all'anno 230. Secondo la
tradizione Agata si consacrò a Dio all'età di circa 15 anni,
ma studi più approfonditi indicano come più probabile la
maggiore età di 21: non prima di questa età, infatti, una
ragazza poteva essere consacrata diaconessa, cosa che, da
vari segni - la tunica bianca e il pallio rosso - pare che
effettivamente Agata fosse; possiamo quindi a ragione
immaginarla, più che come una ragazzina, piuttosto come una
donna con ruolo attivo nella sua comunità cristiana: una
diaconessa aveva infatti il compito, fra gli altri, di
istruire i nuovi adepti alla fede cristiana (catechesi) e
preparare i più giovani al battesimo alla prima comunione e
alla cresima. Nell'anno a cavallo fra il 250 e il 251 il
proconsole Quinziano, giunto alla sede di Catania anche con
l'intento di far rispettare l'editto dell'imperatore Decio
che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente
la loro fede, si invaghì della giovinetta e, saputo della
consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la
sua fede e di adorare gli dei pagani. Ma più realisticamente
si può immaginare un quadro più complesso: ovvero, dietro la
condanna di Agata, la più esposta nella sua benestante
famiglia, potrebbe esserci l'intento della confisca di tutti
i loro beni. Al rifiuto deciso di Agata il proconsole la
affidò per un mese ad una cortigiana di nome Afrodisia con
lo scopo di corromperne i princìpi. Pare che costei qualche
anno prima fosse ricorsa in giudizio presso lo stesso
proconsole per impugnare il testamento della madre, dal
quale veniva estromessa. Quinziano, data la pessima fama di
cortigiana che la accompagnava, ritenne più opportuno non
esporsi e le avrebbe consigliato privatamente, di ricorrere
direttamente all'imperatore dell'epoca, Filippo l'Arabo.
L'istanza di Afrodisia sarebbe tuttavia stata respinta.
Data la successiva richiesta del proconsole nella vicenda
riguardante sant'Agata, è probabile che Afrodisia fosse una
sacerdotessa di Venere, o di Cerere, e pertando dedita alla
prostituzione sacra. Secondo la leggenda Afrodisia avrebbe
avuto nove figlie (ma è più probabile che questo numero
derivi da un errore di traduzione di un testo greco), che
cercarono senza successo di condurre Agata all'abiura
inducendola in più modi in tentazione. Rivelatosi inutile il
tentativo di corromperne i princìpi Quinziano diede avvio ad
un processo e convocò Agata al palazzo pretorio. Memorabili
sono i dialoghi tra il proconsole e la santa che la
tradizione conserva, dialoghi da cui si evince senza dubbio
come Agata fosse edotta in dialettica e retorica. Breve fu
il passaggio dal processo al carcere e alle violenze con
l'intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne
fustigata e sottoposta al violento strappo di una mammella,
la tradizione indica che nella notte venne visitata da San
Pietro che la rassicurò e ne risanò le ferite, infine venne
sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte
seguente l'ultima violenza, il 5 febbraio 251, Agata spirò
nella sua cella. Le reliquie Le reliquie della Santa furono
trafugate a Costantinopoli nel 1040 dal generale bizantino
Giorgio Maniace.
Nel 1126 due soldati (forse francesi), Giliberto e Goselino,
le rapirono per consegnarle al Vescovo Maurizio nel Castello
di Aci. Il 17 agosto 1126, le reliquie rientrarono nel Duomo
di Catania. Questi sacri resti sono oggi conservati in parte
all'interno del prezioso busto in argento (parte del cranio,
del torace e alcuni organi interni) e in parte dentro a
teche riposte in un grande scrigno, anch'esso d'argento
(braccia e mani, femori, gambe e piedi, la mammella e il
Santo Velo). Altre reliquie della Santa, come ad esempio
piccoli frammenti di velo e singole ossa, sono custodite in
chiese e monasteri di varie città italiane e estere. Il velo
Durante il martirio con i carboni ardenti si narra che una
donna coprì con il suo velo la Santa: si tratta del
cosiddetto velo di Sant’Agata. È di colore rosso cupo e, nel
corso dei secoli, venne più volte portato in processione
come estremo rimedio per fermare la lava dell'Etna: questa
una delle leggende. Nei fatti il cosiddetto "velo" di colore
rosso faceva parte del vestimento con cui Agata si presentò
al giudizio, essendo questo, indossato su una tunica bianca,
l'abito delle diaconesse consacrate a Dio. Un'altra leggenda
vuole che il velo fosse bianco e diventasse rosso al
contatto col fuoco della brace.
|
|